mercoledì 22 marzo 2017

La baracca è impagabile



Sono sempre più convinto che nella vita ciascuno debba possedere una baracca. Attenzione, però, il termine si presta a differenti interpretazioni. La definizione più comune, condivisa dai dizionari, all’incirca dice così: “costruzione provvisoria, di legno o di materiali vari, spesso di recupero, con tetto in lamiera e comunque fatiscente”. Io, invece, intendo un’evoluzione di questa descrizione, cioè una struttura sempre provvisoria, spesso precaria, che diventa il contenitore nel quale si accumulano oggetti, utensili e arnesi di ogni genere, ma anche luogo in cui ci si ingegna, si progetta, si costruisce e si inventano altri attrezzi, congegni e soluzioni pratiche a problemi che le richiedono. Ecco, questa è la vera baracca: un luogo insospettabile che non ha eguali. In sé appartengono alla categoria tutte le baracche, ma non ce n’è una identica all’altra, perché le differenze le fa chi la crea e la frequenta, chi la vive e la rende prolifica. Nella mia vita ho visto tante baracche di gente dei miei monti, e dentro a quelle costruzioni improbabili ho trovato sorprese che definire inattese sarebbe davvero riduttivo. Capacità inenarrabili, ricicli strabilianti, creazioni fantasiose ma di provata efficienza: quanti ingegni avremmo perso se non esistessero le baracche? Me lo sono chiesto più volte e a ogni visita nella baracca di un amico, di un contadino o di un semplice hobbista, ho sempre pensato che la perdita delle baracche sarebbe una carenza sociale incolmabile, una ferita insanabile, una sottrazione culturale pesante da digerire. Per fortuna, però, ci sono, resistono, e il loro punto di forza sta proprio nella loro eterogeneità e nella “diversità” dei possessori.
C’è chi è ordinato e riesce a tenere la baracca come il negozio di un gioielliere e chi invece la tratta con più rudezza, prendendosi qualche libertà. C’è chi la attrezza con ogni confort e chi usa l’estro artistico più estremo nei riusi. Si perché l’arredo delle baracche è quanto di più improbabile possa immaginarsi. Può capitare di trovare parti di mobili in disuso trasformate in banchi da lavoro, oppure scaffali rabberciati riportati a nuova vita con trapianti ingegnosi e puntelli fenomenali. Non parliamo, poi, dei contenitori di ogni genere, forma, colore, materiale e natura, utilissimi per contenere tutta la minuteria più superflua che talvolta ozia per decenni in posizioni sempre più arretrate, per tornare alla luce quando si decide di riordinare, cioè raggiunta la soglia dell’invivibilità. Quello è un momento memorabile, e bisogna essere soli per affrontare un viaggio nell’ignoto che spesso assume i contorni di un’avventura nell’impenetrabile selva dei recuperi senza speranza e dei buoni propositi mai attuati: e chi ha il coraggio di gettare via qualcosa di tanto vitale? Chissà, potrebbe sempre servire, meglio trovargli una nuova sistemazione e lasciarlo sopravvivere fino al prossimo riordino, di solito trascorso qualche anno.
Nelle baracche finiscono i ritrovamenti casuali di materiali da riciclare, oggetti da rivitalizzare, strumenti da restaurare. Lì dentro si accumulano le idee, i progetti, i propositi per nuove “creature” stravaganti che hanno preso forma solo nella testa dell’inventore e attendono il via libera all’esecuzione: stanno lì a mezz’aria, non si vedono ma ci sono, e ogni volta che si varca la soglia si rianimano. Poi viene il momento di passare all’azione e allora la baracca si trasforma nel laboratorio di mister Q, ma anziché preparare l’auto extra accessoriata per gli agenti speciali di Sua Maestà, si lavora alla realizzazione di un marchingegno esclusivo o di un attrezzo inesistente: roba preziosa, sempre. Perché è dentro le baracche che hanno preso forma tanto gli utensili più stravaganti, mai inventati prima, quanto quelli più improbabili, già defunti al momento del parto. Ma non c’è timore di giudizio, mai, perché ciò che nasce in una baracca è per natura esente da colpe, vizi, difetti e complessi di inferiorità, come se avesse un certificato di immunità cosmica, perenne. Infine c’è il momento della grande soddisfazione, quella che segue alla realizzazione del mito, dell’oggetto inseguito da decenni e che finalmente ha preso forma. Ed è proprio da quella gratificazione impagabile che trae alimento la fantasia, la voglia di reinventare, la consapevolezza di aver realizzato l’opera unica, bella o brutta che sia, utile o inutile, tanto ha il certificato di immunità cosmica e neppure un marziano potrà criticarla.

Che meraviglia le baracche! Rientro nella mia ché ho in testa un’idea da anni e forse ci siamo!

giovedì 2 marzo 2017


Quanto valgono le mie mele?



Quest’anno dalle mie parti ci sono state tante mele. È vero che una grandinata estiva aveva picchiato duro, ma il raccolto è stato più che abbondante e in cantina ho ancora mele per almeno un mese. Non è sempre così, beninteso: quest’anno di abbondanza ha equilibrato il precedente, molto scarico.
Le mie mele sono quasi tutte di varietà tradizionali, salvo uno o due alberelli di Delizie gialle e rosse. Come solito non sono perfette nella forma e spesso presentano piccoli danni da grandine oppure altri difetti che non ne compromettono la commestibilità. Per curiosità ho provato a immaginare quale sia il valore reale di una mela del genere o come si possa provare a calcolarlo. Faccio un tentativo. Ho circa una quindicina di alberi fra giovani e vecchi. Non eseguo alcun trattamento chimico e mi limito solo a potarli e concimarli con letame. Non ho un impianto d’irrigazione e innaffio solo in caso di siccità per evitare che le piante ne soffrano, quindi non riempio i frutti d’acqua e non ne spreco.  La zona in cui sono piantati è lontana da strade di grande percorrenza e la comunale secondaria è distante qualche decina di metri. Inoltre, non ci sono aziende inquinanti in un raggio di una dozzina di chilometri.


Dopo il raccolto ripongo le mele al fresco e non uso alcun metodo per prolungarne la conservazione, quindi non spreco energia e le mantengo allo stato naturale avendo cura di consumare per prime le varietà meno serbevoli. Fatte queste premesse, passo alla quotazione. Tanto per avere un termine di paragone, in questo momento un chilo di mele Golden da agricoltura convenzionale ha un prezzo compreso fra poco meno di un euro e uno e cinquanta. Si tratta di frutti di buona pezzatura e senza evidenti difetti ma sottoposti a una media di circa una trentina di trattamenti chimici all’anno e innaffiati in maniera massiccia. Della concimazione non so nulla, ma non è a letame, ciò che invece so è che non sempre sono lontani da grandi vie di comunicazione o da evidenti fonti di inquinamento. Riguardo ai trattamenti chimici, innanzitutto creano danni diretti alle persone che risiedono vicino ai frutteti, poi finiscono in parte nell’ambiente, quindi inquinano. Per conservare a lungo quelle mele occorre tanta energia (salvo pochi casi più virtuosi), poiché vengono stoccate per diversi mesi in enormi celle frigo in atmosfera modificata. Infine, le mie mele e quelle dei miei compaesani le mangiamo in loco e potremmo venderle solo nei dintorni, mentre quelle dei grandi meleti raggiungono tutte le destinazioni con l’inquinamento che ne consegue.


Ora la parte difficile: se quelle Golden ben tornite valgono da 1 a 1,5 al chilo, le mie, un po’ più piccole e talvolta bruttine, quanto valgono? Io credo attorno ai 3 euro il chilo, come minimo. Le ragioni stanno nelle considerazioni di cui sopra, a partire, innanzitutto, dalle differenze di coltivazione. Poi ci sono il sapore e il profumo: tutta un’altra cosa! Eppure sono convinto che se volessi proporle a 3 euro il chilo avrei difficoltà a venderle, perché in tanti dichiarano preferire i prodotti genuini, ma nei fatti non è sempre così. Il prezzo fa certamente la differenza, ma è l’enorme divario nei metodi di coltivazione a determinarla. Finché non riusciremo a comprendere a fondo questo divario, non riterremo corretto riconoscere un prezzo diverso a chi produce in modo pulito e responsabile offrendo prodotti realmente sani.












Per fortuna le mie mele le mangiamo in famiglia e ogni giorno ci consideriamo fortunati per questa buona annata. Ma in giro per i nostri monti c’è pieno di vecchi alberi abbandonati che potrebbero produrre subito con una piccola potatura. Eppure nessuno se ne cura, come se non esistessero o se fosse impossibile recuperarli. Meglio comprare le mele industriali, tutte uguali, perfette, calibrate una a una come fossero di cera. Prima o poi rinsaviremo, spero.